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LUCCA. Sos per i “morticini” di 2150 anni fa scoperti al Frizzone di Capannori.

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Nel 2006 e nel 2007, nel corso di un intervento ‘preventivo’ effettuato dalla Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana e da Autostrade per l’Italia in occasione del costruendo casello autostradale del Frizzone, presso Capannori, è affiorata una vasta e importante area archeologica di epoca tardorepubblicana, in cui spiccano un edificio ligneo, che rappresenta un unicum; resti di viti e di un calcatorium per la produzione del vino; una serie di fossati rituali (bóthroi) colmi di frammenti di anfore e di vasellame; un complesso di sepolture cultuali di neonati; uno scheletro di animale adulto (Canis familiaris L.1758), sostanzialmente integro, sepolto in una fossa a pianta ellittica forse con scopi magico-propiziatori; una splendida terracotta architettonica raffigurante Dioniso su delfino; numerosi frammenti pertinenti al tronco e ai rami di varie specie arboree fra cui Quercus robur L..
Al momento dello scavo i reperti suddetti e altri ancora più fragili (semi, foglie, insetti) si presentavano in ottime condizioni di conservazione grazie anche all’effetto protettivo del limo argilloso, esito di varie alluvioni del fiume Serchio, l’antico Auser.
Ci si sarebbe aspettati che, dopo la prima fase di tutela sul campo, altrettanto appropriata fosse la successiva fase di salvaguardia, che consisteva nel dare correttamente la priorità alla sicurezza (consolidamento e quant’altro)  dei reperti ad alta deperibilità.
A quanto pare, non è successo così. Ecco cosa ne pensano due noti studiosi.

MICHELANGELO ZECCHINI, archeologo, Accademia Lucchese di Scienze, Lettere e Arti: “Perché si è privilegiato il restauro dei ‘cocci’ escludendo quei fragilissimi scheletrini?
“Erano i primi giorni del novembre 2006 quando finimmo di scavare al Frizzone di Capannori quegli scheletrini tanto delicati che sembravano soccombere perfino ai morbidi tocchi di spazzolino. Ci accorgemmo subito del loro elevato valore scientifico: allineati lungo il lato occidentale di un edificio di pietra (sacello?), quei piccoli esseri lunghi appena 45-50 cm  (neonati o non ancora nati?), accoccolati come se stessero ancora nel grembo materno, ci facevano entrare nell’intimo della sfera religiosa e cultuale di circa 2150 anni fa. Riti di fondazione? Orrendi sacrifici umani? Bambini immolati a una divinità crudele? O piuttosto creaturine che, decedute per cause naturali, furono offerte a un dio per una vita migliore nell’al di là? Comunque stessero le cose, i ‘neonati’ del Frizzone avrebbero potuto dare un contributo fondamentale alla conoscenza di un affascinante aspetto del nostro passato. Chi scrive sperava che, stante la loro importanza, dopo lo scavo venissero affidati senza indugio alle cure dei paleoantropologi. Ma così non fu.
Sono passati quattro anni dal momento in cui gli scheletrini furono ricoverati nel deposito “Cavanis” di Porcari, gestito da Giulio Ciampoltrini, funzionario della Soprintendenza per i Beni Archeologici della Toscana.

Dalle sue dichiarazioni pubbliche si apprende con sorpresa e sgomento che ancora non ha fatto restaurare quelle esili ossa. La giustificazione è che mancano i soldi. Ma è fuor di dubbio che i soldi ci sono stati, e nemmeno pochi, giacché i reperti del Frizzone, per tramite del Comune di Capannori, hanno beneficiato di un sostanzioso finanziamento da parte di una Fondazione bancaria. Evidentemente, si è preferito utilizzarlo in toto per scopi (restauro di ‘cocci’, un convegno locale …) che attraggono interrogativi amari: si trattava di oggetti e atti connotati da un pregio archeologico tanto alto da assorbire ogni contributo economico? Gli uni e gli altri si qualificavano come bisognosi di attenzioni talmente impellenti da relegare in sott’ordine quei fragilissimi scheletrini che, se non trattati tempestivamente, correvano (e corrono) il pericolo di morire per sempre? Erano interventi così esclusivi da estromettere i ‘morticini, per la cui salvezza sarebbe stato sufficiente qualche spicciolo (poche centinaia di euro su 45mila), ossia un impegno economico di gran lunga inferiore a quello usato per lavaggi e restauro di vasellame?
Adottando una terminologia da pronto soccorso, non c’è dubbio che i ‘morticini’, essendo ad alto rischio di deperibilità, si classificano di per sé come reperti da codice rosso. Per quale motivo, pur possedendo gli strumenti necessari (soldi ed esperti più che disponibili), chi ne aveva il dovere non è intervenuto d’urgenza? Sarebbe opportuno, a questo punto,  che i resti ossei infantili fossero esaminati da professori di paleoantropologia al fine di accertare le loro attuali condizioni. Con la flebile aspettativa che risultino esenti da  deterioramenti irreversibili e, se così fosse, con la pia speranza che gli ulteriori 45.000 euro (già finanziati) non vengano anch’essi totalmente adibiti ad abluzioni di cocci et similia”.

FRANCESCO MALLEGNI, professore ordinario di Antropologia presso l’ Università di Pisa: “Sono sconcertato, quei ‘morticini’ rappresentano un archivio biologico
“Come docente di paleoantropologia da una vita (1968-2010) sono rimasto sconcertato nell’apprendere ciò che sta succedendo ai “morticini” di epoca romana rinvenuti al Frizzone (Capannori) presso le fondazioni di un edificio forse dedicato a Diòniso. Mi sarei aspettato che, subito dopo lo scavo, fossero affidati a uno o più specialisti del settore. Invece, a quanto pare, sono stati abbandonati per anni in un deposito di materiali archeologici, in attesa di un restauro e conseguente studio, e rischiano di disfarsi e quindi di scomparire per sempre.

Furono scoperti e scavati con abilità e pazienza infinita (questo tipo di materiale è fragilissimo)  dal prof. Michelangelo Zecchini e dalla sua équipe. Fatiche buttate? Sicuramente no, perché questi reperti (o quel che rimane) possono ancora essere restaurati, reintegrati cum grano salis, ed infine studiati. La loro importanza è enorme, dato che possono avere nel contesto nel luogo in cui sono stati trovati delle valenze straordinarie legate a sacrifici (?), credenze nella sfera del sacro (?), malattie ed altro quando si fosse messi in condizione di operare su di essi. Mai mi sono stancato di sottolineare ai miei studenti e agli allievi – e soprattutto agli archeologi che li trovano – come gli scheletri umani rappresentino un “archivio biologico” capace di rilevare non solo il sesso e l’età alla morte degli inumati ma anche la statura, i caratteri propri dell’ethnos a cui sono appartenuti e, attraverso il loro DNA residuale, le parentele, le malattie e perché no, il loro antico sembiante tramite la ricostruzione fisiognomica partendo dal loro cranio. Non possiamo nemmeno sottacere il tipo di alimentazione (economia della società a cui appartenne la madre se essi sono neonati o anche feti a termine) attraverso le ricerche allo spettrofotometro ad assorbimento atomico o lo spettrometro di massa degli elementi in traccia nelle ossa, guide alla paleonutrizione.
Per questo mi candido allo studio degli infanti del Frizzone, possedendo immodestamente l’esperienza in materia, ma anche gli strumenti per realizzarlo presso i laboratori che dirigo nell’Ateneo pisano o anche al Museo di Archeologia e dell’Uomo di Viareggio, di cui da qualche tempo sono stato nominato direttore. La mia équipe sarebbe pronta e la spesa modestissima, dato il numero limitato dei reperti”.

Autore: Michelangelo Zecchini, michelangelo.zecchini@fastwebnet.it

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