IRAQ – NEI FORZIERI DI BAGHDAD

Pubblicato il : 14 Marzo 2003

Più di 15 mila siti archeologici, una fonte infinita di preziosi reperti.
L’Iraq è anche questo: un tesoro culturale minacciato dalle bombe.

Dove sono le ghirlande, i diademi, i monili d’oro e di pietre preziose della regina Attalia, sposa di Sargon II, e delle altre regine sepolte con grande dispiego di ricchezze nel cimitero reale di Nimrud? Speriamo ancora che quei 250 chili d’oro siano nei caveau della banca centrale di Baghdad, ma ogni dubbio è lecito. E che vie hanno preso quei 12 mila (tanti ne sono stati stimati) reperti che dai tempi della prima guerra del Golfo sono stati saccheggiati dai siti, rubati dai musei, sottratti alle collezioni e sono andati ad arricchire spettabili antiquari di Londra, di New York, di Ginevra … e anche di Roma? E che sorte attende, infine, le rovine di Ur, la patria di Abramo e quindi la città madre di tutti i credenti?

I rumori di guerra di questi giorni distolgono la nostra attenzione da un dramma che, se è meno cruento, non è meno devastante per l’umanità e la sua memoria collettiva: l’Iraq non è solo lo scranno del potere di un dittatore folle e di scarsi scrupoli, è anche l’antica Mesopotamia (la terra tra i due fiumi, etimologicamente, e cioè tra i bacini del Tigri e dell’Eufrate) la culla della civiltà, un Paese disseminato di 15 mila siti archeologici (il doppio, per fare un paragone, di quanti siano i comuni italiani), un Paese ricco di reperti degli Assiri, dei babilonesi, dei Sumeri, della tribù nomade dei Caldei da cui proveniva Abramo, e che ancora esiste nel nome di un patriarcato cristiano. E’ la terra in cui hanno lasciato tracce monumentali anche i persiani di Ciro e di Serse, i greci di Alessandro e dei Seleucidi che gli sono succeduti, e poi i romani, i bizantini, fino agli arabi e ai turchi.

“Tutto questo rischia di scomparire, o comunque di essere brutalmente devastato sotto le bombe”, dice il professor Giovanni Pettinato, il maggiore assiriologo italiano e uno dei più illustri studiosi di antichità mesopotamiche. “E’ vero che esiste dal 1954 una convenzione internazionale per la preservazione del patrimonio artistico dell’umanità in casi di conflitto, ma ci sono due fattori che mi fanno ritenere che, in caso di guerra, ci sarà una irreparabile catastrofe culturale (oltrechè umana, beninteso). Il primo è che i siti archeologici e i musei regionali iracheni sono troppi e l’attuale amministrazione non dispone di mezzi per proteggerli. Il secondo è che, al di là delle buone intenzioni dei governi (quando ci sono, peraltro) la guerra ha una sua spietatezza intrinseca, e dove non arrivano le bombe arrivano il saccheggio e l’accaparramento. Difficili peraltro da contestare in seguito, in quanto l’Iraq non sa né quanto né che cosa ha: non solo non esiste un inventario dei beni artistici e archeologici del Paese, ma neppure quello dei singoli musei e, principalmente, del museo nazionale di Baghdad, il maggiore del Paese. Quindi non si conosce neppure ciò che potrebbe sparire, o essere distrutto, o deliberatamente rubato”. Furono soprattutto archeologi inglesi, francesi e tedeschi a farlo. I reperti così rinvenuti andarono ad arricchire i maggiori musei europei. Non a caso il meglio delle antichità assiro-babilonesi si trova al British di Londra, al Louvre, al museo di Berlino, a Philadelphia e, in parte, a Istambul. Si trattò di un prelievo, se non di un saccheggio, ma che, con il senso di poi, si rivelò provvidenziale per la conservazione di questo patrimonio. Negli anni Sessanta, ai tempi della monarchia Hashemita dell’Iraq, lo Stato affidò a studiosi inglesi l’incarico di allestire il primo grande museo della civiltà irachena, a Baghdad, dove raccogliere le memorie di tutto ciò che costituiva il passato del Paese: dalla preistoria fino all’arrivo dell’Islam.

Saddam, pur nella sua rozzezza personale, individuò in questo ricco passato un elemento di forte identità nazionale, e quindi fece tre cose: incentivò gli scavi, con l’apporto qualificato di archeologi europei (tra cui moltissimi italiani, e il professor Pettinato tra questi), mandò molti suoi giovani archeologi a formarsi in Europa e fece costruire una rete di musei regionali che costituissero sul territorio un tessuto di memoria collettiva. I proventi del petrolio consentivano tutto questo. Poi “L’orgoglio della vita” (per dirla con San Giovanni) si è impossessato di lui, il delirio del potere l’ha spinto a invadere il Kuwait e c’è stato quel che c’è stato.

“Da quel momento”, dice il professor Pettinato, “è stata la catastrofe del patrimonio archeologico. Intanto l’embargo economico non ha consentito il rifornimento di materiali indispensabili per la conservazione dei reperti. E poi tutti gli studiosi in grado di occuparsi di questo patrimonio sono scappati all’estero, vuoi per ragioni politiche, vuoi per motivi di stretta sopravvivenza. Oggi, per fare un esempio, al museo di Baghdad sa quanti sono gli archeologi rimasti? Due. E sa quanti studiosi sono ormai in grado di leggere la scrittura cuneiforme? Uno. E basta.”

“D’altronde che vuole”, racconta ancora Pettinato, “il mio omologo all’Università di Baghdad, quindi un professore universitario, sa quanto percepisce di stipendio? Il corrispettivo di dieci dollari, che gli consentono di comprare un uovo per arricchire il desco familiare, non più di una volta al mese”. E quando il problema è il pane, si capisce che quello dei reperti viene in secondo piano.

Ciò che è esposto al museo di Baghdad è affidato alle cure (si fa per dire) di personale non specializzato che pulisce e rassetta i reperti archeologici con lo stesso criterio riservato alle stoviglie della cucina. I sistemi di sicurezza sono inesistenti o non più attivi. Nei sotterranei del museo ci sono casse conservate in condizioni penose, dove le infiltrazioni d’acqua stanno sgretolando le tavolette cuneiformi e aggredendo pitture e suppellettili deperibili, senza che si possa minimamente intervenire. Pettinato, appena un anno fa, era stato incaricato assieme al suo collega di Torino, il professor Giorgio Gullini, di inventariare il patrimonio del museo. Lui si sarebbe dovuto incaricare delle tavolette di scrittura, il cui numero è imprecisato ma oscillante tra le 70 e le 120 mila, e Gullini dei pezzi archeologici. Inutile dire che tutto questo, con i venti che tirano, è passato in cavalleria.

Intanto in Iraq c’è la fame e chi può vende quello che ha, alla borsa nera. Se poi qualcuno riesce a mettere le mani su un pezzo di qualche valore da mandare all’estero, tanto di guadagnato: invece di un uovo al mese, forse, si riesce a mettere nel piatto anche un uovo a settimana e magari qualche pezzetto di carne.

A farne le spese è il “patrimonio dell’umanità” disseminato nelle migliaia di siti archeologici e nei piccoli musei? E’ possibile. “In questi ultimi dieci anni”, dice Pettinato, “le zone del Sud e Nord del Paese, le no fly zone, sono sostanzialmente sottratte al controllo del governo, e le autorità locali fanno quello che vogliono, compreso scavare. Si sa, per esempio, che nell’area di Umma, antica città sumera, sono stati fatti scavi clandestini, così come a Isin. Non solo si tratta di iniziative illegali, ma anche non professionali e quindi distruttive. Nel 1999 è stata istituita una commissione internazionale tra gli studiosi e i musei di tutto il mondo perché questo materiale non andasse disperso e si potesse invece riportarlo nel suo luogo di origine per studiarlo e valorizzarlo in strutture museali”.

E ora? “Che vuole, i soldi hanno più attrattiva della cultura, e così antiquari in cravatta e grisaglia di buon taglio, uomini dai modi forbiti, mettono le mani su questo patrimonio e lo vendono, senza troppi problemi e con largo guadagno, a ricchi americani ed europei. Perfino a qualche istituzione pubblica, anche italiana. Sì, anche italiana. C’è un importante banca, per esempio, che ha comprato circa trecento pezzi. A me non li ha fatti nemmeno vedere, perché ne avrei capito subito la provenienza. Ma tutto questo che vuole che sia: adesso arrivano le bombe e di quel che resta verrà fatta man bassa”.
Fonte: La Stampa 08/03/03
Autore: Raffaello Masci (Specchio – La Stampa 08/03/03)
Cronologia: Archeologia Partico-Sasanide

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