I METODI GEOFISICI NON INVASIVI APPLICATI ALLA RICERCA ARCHEOLOGICA.

Pubblicato il : 2 agosto 2015
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image002Grazie ai metodi geofisici è possibile rilevare la presenza sotterranea di strutture quali fondazioni, pavimenti, strade, forni, focolari, tombe, sepolture, pozzi, cavità, latrine, fossati e buche di pali.
I metodi geofisici permettono di disegnare una “carta archeologica” del sottosuolo. Questa mappatura ha una doppia funzione: indica agli archeologi il luogo esatto in cui lo scavo deve essere fatto (risparmiando soldi e tempo), e fornisce i criteri per una pianificazione territoriale adeguata. La localizzazione dei siti archeologici può essere utilizzata come guida per politici, amministratori e urbanisti nella realizzazione di progetti, evitando il rischio di distruggere importanti resti del passato e di incorrere nel fermo archeologico.
Metodo magnetico
image004Il metodo magnetico si basa sulla misura del campo magnetico terrestre. Magnetometri a protoni e i più recenti magnetometri al cesio permettono di coprire grandi superfici in un periodo di tempo limitato registrando una quantità enorme di dati. L’indagine magnetica ha come principale obiettivo l’individuazione dei cambiamenti (anomalie) del campo magnetico terrestre, le anomalie magnetiche sono per lo più  prodotte da strutture archeologiche sotterranee. Due diversi meccanismi sono responsabili della comparsa di anomalie magnetiche: il magnetismo residuo termico e il magnetismo indotto. Il primo è responsabile delle anomalie associate con strutture quali forni, fornaci, tombe, fondazioni e muri in mattoni o in roccia di origine magnatica; il secondo meccanismo  genera le anomalie connesse a strutture archeologiche quali pozzi, latrine, sepolture e fossati
Metodo resistivo
image006Il metodo resistivo  sfrutta il fatto che  la resistività elettrica delle strutture archeologiche è generalmente diversa da quella del terreno che le ricopre. In questo modo si generano anomalie di resistività. Strutture quali ad esempio  muri, fondazioni, strade, tombe e cavità sono cattivi conduttori, mentre sepolture in terra, fossati, pozzi, buche di riempimento, latrine, sono in genere buoni conduttori. Nel primo caso viene generata una anomalia positiva, nel secondo una anomalia negativa. Differenti configurazioni elettrodiche vengono utilizzate, a seconda del tipo di struttura archeologica  e dimensione e profondità, anche se il dispositivo elettrodico più frequentemente impiegato è il ben conosciuto “ twin electrode” in grado di investigare grandi superficie (dell’ordine di qualche migliaio di mq al giorno) e di localizzare strutture fino ad un metro di profondità. Da ultimo si sottolinea   come  il risultato di un’indagine resistiva  possa dipendere dalle  condizioni climatiche al momento della esecuzione delle misure.
Metodo  radar (Ground Penetrating Radar o G.P.R)
image008Nel metodo rada  un impulso elettromagnetico prodotto da un’antenna viene inviato nel terreno. Ogni volta che l’impulso colpisce un oggetto avente dimensioni fisiche sufficienti e proprietà elettromagnetiche diverse da quelle del sottosuolo, una riflessione  viene generata e registrata dalla antenna che viene trainata lungo il profilo. Così facendo viene generato un profilo radar, dove sono registrate le anomalie radar, altrimenti detti echi.
Contenuto di frequenza dell’impulso elettromagnetico, natura (conducibilità e costante dielettrica) del sottosuolo e delle strutture, dimensioni e profondità delle strutture archeologiche regolano l’ampiezza e la forma del eco registrato sul profilo radar. In generale buoni risultati si ottengono in terreni asciutti poveri di argilla, ove sono sepolte  strutture come cavità, tombe, fondazioni. GPR è l’unico metodo geofisica in grado di dare buoni risultati all’interno degli edifici (chiese, castelli) o quando l’area di indagine è coperto da strade o piazze.

Info:
Dr. Sandro Veronese  geologo/geofisico
via A. de Polzer 18 –  45100 Rovigo
tel. 0425 29133 cell.3319839708 – e-mail: sanveronese1@gmail.com

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