Giuseppe PIPINO: Le aurifodinae dei Salassi e quelle della Bessa

Pubblicato il : 4 Dicembre 2003

Museo Storico dell’Oro Italiano 15070 LERMA (Al) In due precedenti scritti sull’oro della Bessa e sulle aurifodinae di Ictumuli (PIPINO, 1998 e 2000) ho fra l’altro affermato, ed ho cercato di dimostrare, che le miniere d’oro dei Salassi non hanno nulla a che vedere con quelle della Bessa e che queste sono indicate dalle fonti come miniere di Ictumuli, con riferimento al vicino villaggio e non come appartenenti ad una presunta popolazione dei Vittimuli, della cui esistenza non si ha alcun riscontro attendibile.

Rimando ad altro scritto l’approfondimento del secondo argomento, per il quale, a seguito delle proficue discussioni con Giacomo Calleri, ho deciso di raccogliere ulteriori testimonianze. Per quanto riguarda invece il primo argomento, non credo che ci sia necessità di altre prove, ma la pervicacia con la quale alcuni autori moderni, compresi funzionari e consulenti della Soprintendenza Archeologica del Piemonte, confondono le miniere dei Salassi con quelle della Bessa, mi spingono a ritornarci e a meglio specificarlo.

Nel quarto libro della “Geografia”, dedicato alle Alpi, Strabone si sofferma sul paese dei Salassi e sulle miniere d’oro che questi sfruttavano utilizzando le acque della Dora, cosa che provocava frequenti liti con gli abitanti della pianura e diede il pretesto ai Romani per intervenire ed impossessarsene; successivamente, continua l’Autore, avendo i Salassi mantenuto il possesso delle cime, vendevano l’acqua necessaria per i lavaggi ai pubblicani romani, ma a causa dell’avarizia di questi e della velleità dei comandanti sorgevano sempre nuovi motivi per far guerra (IV, 6.7). Alla fine del primo capitolo del libro successivo, dedicato alla Pianura Padana, sostiene poi che una volta c’era una miniera d’oro anche nei pressi di Vercelli e del villaggio di Ictumuli (V, 1.12).

L’Autore greco, che scriveva agli inizi del I secolo dopo Cristo ed aveva attinto da autori precedenti (Polibio, Posidonio, ecc.), dei quali non ci sono pervenuti i passi in questione, tiene quindi nettamente distinte le due aree minerarie. La cosa era ben evidente allo storico Schiaparelli che il 12 settembre 1877, invitato da Quintino Sella ad esprimere un giudizio sul libro “Gli Ictimoli e i Bessi…” di A. Rusconi, rispondeva che a suo parere l’Autore faceva confusione fra Ictimuli e Salassi “…popoli di origine diversa e abitanti in regioni diverse” e che “…la questione delle miniere dei Salassi non debbe confondersi con quelle degli Ictimuli”: la lettera, rimasta per decenni dimenticata nel libro conservato alla biblioteca di Biella, venne pubblicata nella rivista “L’Illustrazione Biellese” nn.10-11 del 1932.

Altri due illustri storici, NISSEN (1902) e PAIS (1918), che ovviamente non conoscevano il giudizio di Schiaparelli e ritenevano del tutto uniche le discariche della Bessa, ipotizzavano nel frattempo l’identificazione delle due aree minerarie: essi erano consapevoli che non esistevano tracce della presenza storica dei Salassi al di là della Serra d’Ivrea, ma ritenevano fosse possibile per tempi antichi. La generica ipotesi, come spesso avviene, essendo stata avanzata da fonti così autorevoli venne accolta senza alcun approfondimento critico e spacciata come verità sacrosanta da molti autori successivi che, costretti a fare i conti con l’affermazione secondo la quale veniva usata l’acqua della Dora, ipotizzano errori da parte di Strabone oppure ricorrono a fantasiose ed irrealizzabili deviazioni del fiume per raggiungere l’area della Bessa. Eppure già DURANDI (1764) aveva tenuto distinte le due aree minerarie ed era giunto ad una soddisfacente interpretazione del passo di Strabone: i Salassi non avrebbero potuto derivare molta acqua e prosciugare la Dora a monte di Ivrea, dato l’infossamento del fiume, per cui “…le Miniere che da Strabone si ripongono nel Territorio de’ Salassi, sono appunto quelle, che eranvi nelle Colline inferiori ad Ivrea”, nella zona, cioé, dove sussiste un vecchio alveo abbandonato del fiume (Dora Morta) e dove “…parecchie profonde escavazioni per entro le viscere di alcune di quelle Colline vi si veggono tuttavia, e specialmente nel sito sui confini di Alice, e Cavaglià appellato di Torano”.

Durandi era di Santhià e dimostra di avere una buona conoscenza del territorio, tuttavia la sua affermazione sulla presenza di scavi nelle colline di Torano venne in seguito smentita da RONDOLINO (1882), che era di Cavaglià, ma alla negazione, oltre alla inesperienza mineraria dell’Autore che scambia gli antichi cumuli di ciottoli con “…cavi della sabbia condottavi altra volta dal letto di Dora Morta”, non sembrano estranee motivazioni campanilistiche. Più recentemente i cumuli residui di Torano sono stati confusi con un tratto trasversale delle cosidette chiuse longobardiche (RAMASCO et alii, 1975).

Dimenticata, o non presa in considerazione, la felice intuizione di Durandi, tra i pochi autori recenti che tengono distinte le due aree minerarie vanno ricordati PERELLI (1982), il quale colloca però le miniere dei Salassi in Val d’Ayas, e CALLERI (1985), che conosce e pubblica brani della lettera di Schiaparelli, condividendone il contenuto.

L’identificazione tra le due aree minerarie, recentemente riproposta da BRECCIAROLI TABORELLI (1988 e segg.) e divulgata da altri funzionari della Soprintendenza Archeologica del Piemonte (GAMBARI, 1992 e segg.), ha trovato una accoglienza tanto favorevole quanto ingiustificata, tenuto anche conto delle basi su cui è fondata. La convinzione dell’Autrice, che accetta il fatto che le controversie erano dovute all’uso “..delle acque del bacino della Dora Baltea” e non nota l’incongruenza, si basa infatti sulla presunta frequentazione antica di alcune zone della Bessa (metà circa del II sec. a.C.) e, soprattutto, sulla presunta analoga identificazione da parte di CRESCI MARRONE (1987). In realtà le prove della frequentazione sono costituite da monete romane segnalate da CALLERI (1985), che in gran parte sono della prima metà del I sec. a.C. ad eccezione di due, degli ultimi anni del II sec., che essendo associate alle altre furono evidentemente usate nello stesso periodo, e da reperti ceramici che non danno alcuna informazione circa l’etnia della popolazione locale, popolazione che lo stesso Calleri ritiene comunque vercellese e distinta dai Salassi; quanto alla Cresci Marrone, questa sostiene esattamente il contrario di quanto le viene addebitato e ritiene “decisive argomentazioni” quelle con le quali PERELLI (1982) ubica le miniere dei Salassi in Val d’Aosta. In uno scritto più recente, che dà conto di scavi eseguiti nella Bessa (BRECCIAROLI TABORELLI, 1995), l’Autrice afferma poi, decisamente, che CALLERI (1985), GIANNOTTI (1996) e sé stessa (1988), “…concordano nel riconoscere in questa zona (Bessa) il sito delle aurifodinae già sfruttate dagli indigeni Salassi”: di CALLERI (1985) e della stessa Autrice (1988) è stato detto; quanto a GIANNOTTI (1996), l’argomento non viene neanche preso in considerazione, trattandosi di un lavoro geomorfologico ricavato da una Tesi di Laurea in Geologia.

Le sviste dell’Autrice citata e la generale confusione fra le due aree minerarie sembrano basate su due convinzioni tanto radicate quanto sbagliate: 1°) – che non esistano altri depositi analoghi a quelli della Bessa, 2°) – che eventuali tracce delle aurifodinae dei Salassi, lavorate con le acque della Dora, vadano cercate nella Valle d’Aosta.

Le discariche della Bessa non sono però uniche, e, oltre alla segnalazione di DURANDI (1764), si aveva notizia di altre presenze poco distanti, in particolare in uno scritto inedito di NICOLIS DI ROBILANT (1786) da me integralmente pubblicato nel 1989: le verifiche sul terreno mi avevano poi consentito di localizzarle e di trovarne anche di non segnalate (v. Scienza e Vita Nuova giugno 1990 e PIPINO, 1998, 2000, 2001). Per quanto riguarda la seconda convinzione, dal punto di vista del giacimentologo, è assurdo cercare in valle d’Aosta depositi analoghi a quelli della Bessa: questi si trovano all’esterno dell’anfiteatro morenico di Ivrea e derivano dallo sfruttamento di originari terrazzi auriferi formatisi per rimaneggiamento e sedimentazione alluvionale dei depositi morenici; è ovvio quindi che depositi analoghi non possono che trovarsi in analoga posizione geomorfologica, dove appunto li avevo trovati (Baldissero Canavese, Mazzé, Villareggia, Borgo d’Ale, Alice, Cavaglià). Eppure nell’errore è caduto anche DOMERGUE (1998) che, reputato espertissimo per la trentennale esperienza spagnola ed “ingaggiato” dalla Soprintentenza per “…inserire la Bessa in una prospettiva storica più vasta”, ha cercato, tramite osservazione di foto aeree, le aurifodine dei Salassi nella zona di Pont-Saint-Martin e non trovandole ha accettato le tesi della Brecciaroli Taborelli ed è giunto a non scartare completamente l’ipotesi di una imponente derivazione dalla Dora che, in altra parte dello scritto, critica e definisce “…puramente immaginaria”. Da notare, comunque, che il contributo originale di Domergue era in francese ed è stato tradotto dalla stessa Brecciaroli Taborelli.

Le miniere sfruttate dai Salassi, alle quali si riferisce Strabone, si trovavano quindi sul fronte meridionale dell’anfiteatro morenico di Ivrea, dove si possono osservare discreti resti a lato non di uno, ma di due fiumi dal nome Dora: nei comuni di Mazzé e di Villareggia, ai due lati della Dora Baltea, e nei comuni di Borgo d’Ale, Alice e Cavaglià ai lati della Dora Morta. Questa, che oggi è un alveo abbandonato, trovava alimento dal Lago di Viverone, ed è molto probabile che fu proprio l’abbassamento del lago, vuoi che fosse causato dal lavoro dei Salassi, vuoi che fosse dovuto a cause naturali, a determinare l’episodio narrato dall’Autore; le controversie potevano però riguardare anche la stessa piana d’Ivrea, privata dalle acque della Dora nel caso che questa fosse captata ed incanalata nei pressi di Pont-Saint-Martin per alimentare il bacino di alimentazione per le aurifodinae. Il livello del lago poteva infatti essere agevolmente aumentato deviandoci le acque della Dora Baltea, cosa che consentiva la fuoriuscita dal Sapel da mur e la conduzione nelle aree da sfruttare, ma che, ovviamente, privava la piana dalle acque del fiume. Anche il Lago di Candia fungeva da bacino seminaturale per il convogliamento delle acque in altre zone da sfruttare: da questo parte infatti una lunga depressione, la Valle della Motta, lungo la quale, aumentando il livello del lago di qualche diecina di metri, le acque potevano essere condotte a sud-est di Mazzé, nella località dall’indicativo nome di Bose, dove si notano ancora estesi cumuli di ciottoli, oltre che di depositi sabbiosi, pure derivati dal lavaggio, che determinano un vistoso spostamento verso est della Dora Baltea.

La localizzazione delle miniere ci consente anche di inquadrare questo ed altri episodi negli eventi storici del tempo, eliminando presunte incongruenze denunciate dagli Autori moderni. Con la prima guerra contro Salassi (143-140 a.C.) i Romani si impossessarono delle miniere ma restarono al di qua dell’anfiteatro, per cui avevano bisogno di acquistare l’acqua necessaria dagli stessi Salassi, restati padroni delle colline soprastanti; soltanto nel 100 a.C. i Romani si impossessarono non solo delle colline, ma anche della piana da queste circoscritta, dove fondarono la loro colonia (Eporedia = Ivrea): nel frattempo le miniere dovevano essere pressoché esaurite ed essi avevano rivolto le loro attenzioni alla zona della Bessa, dove si trovavano giacimenti analoghi, in parte già sfruttati dalle locali popolazioni libiche (vercellesi).

È anche molto probabile che nei 40 anni di contrastato possesso e di sfruttamento delle miniere salasse venisse costruito l’opera di difesa nota come “chiuse longobarde”, consistente in un imponente muraglione a secco che si snoda per chilometri lungo il crinale dell’anfiteatro: da notare che questo è per lo più fatto con grossi ciottoli arrotondati, dei quali si avevano evidentemente grandi quantità disponibili a seguito dei lavori minerari. La costruzione dell’opera viene riferita ai Longobardi dalla fantasia di Jacopo d’Acqui , ma la tesi, comunemente accolta, non ha in effetti alcun riscontro serio ed è stata recentemente demolita (MOLLO, 1986). Inoltre, secondo questo Autore, trattandosi di una costruzione a secco e in assenza di ritrovamenti archeologici, “….l’ipotesi che i muri siano longobardi ha il medesimo valore delle teorie che negli stessi muri hanno riconosciuto i resti di fortificazioni pre-romane o di dighe contro le inondazioni”: la sicura antichità dell’opera e la sua grandiosità, nonché la sua precisa posizione, sono però, a mio parere, indizi sufficientemente probanti che la costruzione risalga al periodo della descritta situazione conflittuale (140-100 a.C.) e sia l’opera di difesa di una delle parti in conflitto, più probabilmente dei Romani.
Fonte: Redazione
Autore: Giuseppe Pipino

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