Giampiero GALASSO: Carriera e prospettive del mestiere d’archeologo.

Pubblicato il : 21 Febbraio 2005

Quando gli Atenei italiani promuovono le loro facoltà e i loro indirizzi e sotto-indirizzi bisogna leggere tra le righe, essere informati, conoscere prima quali e quante prospettive lavorative possano offrire determinati corsi di laurea e/o di specializzazione. E nel campo dell’archeologia c’è ancora molta confusione, così come nella professione dell’archeologo (qualifica che fra l’altro nessuna istituzione è autorizzata a rilasciare), un lavoro che richiede una serie di competenze di complessa o almeno lunga acquisizione.

Fino a qualche anno fa era sufficiente una semplice laurea in lettere classiche con indirizzo archeologico e tanta passione e pazienza nell’imparare il mestiere (di solito due o tre anni) per rientrare tra le schiere dei pochi fortunati che riuscivano a lavorare almeno cinque o sei mesi l’anno quali collaboratori esterni delle varie Soprintendenze italiane. Dal decennio scorso, poi, per essere definito “archeologo” si doveva obbligatoriamente ultimare la Scuola di Specializzazione triennale in Archeologia, di difficile accesso, dove bisognava sostenere altri esami, tesi e tesine, ore di pratica di scavo e frequentare corsi obbligatori. Oggi, con la nuova riforma universitaria, sembra sia sufficiente superare i tre anni del corso di laurea e i due di specializzazione per essere considerati uno specialista dell’archeologia, mentre atenei privati offrono pacchetti di corsi di laurea in conservazione dei beni culturali con specifico corso per aspiranti archeologi assicurando agli iscritti una delle strade più dirette per praticare questo lavoro.

Ma davvero per iniziare, ma soprattutto per continuare il mestiere d’archeologo e far carriera in questo settore è sufficiente aver ultimato gli studi universitari?
Beh, dai tanti colleghi che hanno scelto altre strade (scuola, pubblica amministrazione) dopo qualche anno di precariato nel mondo dell’archeologia, direi proprio di no!
Il problema serio è sempre lo stesso: oltre all’assenza di un albo professionale degli archeologi (ma manca anche ai bibliotecari, ai restauratori, agli storici dell’arte), le prospettive per “sostenersi” lavorando esclusivamente nel campo dell’archeologia risultano tuttora complesse o comunque limitate ad un breve periodo della vita. Bisogna in questo essere chiari, soprattutto con i giovani che vogliono fare di questo il mestiere della loro vita, e non alimentare vane illusioni!
Nella Pubblica Amministrazione (Soprintendenze) è quasi impossibile accedere: dopo tante sanatorie, passaggi e concorsi interni, assunzioni bloccate per i prossimi anni, diventare funzionari o direttori archeologi resta un sogno che purtroppo i più non realizzaranno mai. Anche perché quando tali concorsi saranno banditi riguarderanno poche decine di posti in tutt’Italia, di solito quelli lasciati liberi dai pensionamenti (anche questi ultimi sempre più rari) e immaginate solo con gli oltre tremila archeologi specialisti italiani che da anni aspettano di partecipare finalmente ad un concorso pubblico in quest’ambito quanto sarà difficile centrare l’obiettivo. E per i pochi che ci riusciranno, non sarà facile nell’effettiva realtà lavoritava realizzare le loro idee, i loro progetti scientifici e di studio, perché, com’è noto, dovranno fare i conti con i bilanci dello Stato, che riserva alla tutela e alla valorizzazione del suo patrimonio archeologico meno dell’uno per cento dell’intero bilancio e con tagli sempre più preoccupanti.

Nelle Università, una carriera che non si basi esclusivamente o in gran parte sul volontariato (dottorati e borse di studio sono scome al solito per gli “eletti”) è concretamente da escludere: si rischia di perdere tempo prezioso, togliendo crescita e prospettive alla propria vita e a sbocchi occupazionali più concreti. E poi in ogni Ateneo per raggiungere il primo gradino della carriera, quello del ricercatore (oggi neppure più definitivo), bisogna penare per troppi, lunghi anni: ma poi quanti sono nel complesso oggi i ricercatori ed i docenti nelle discipline archeologiche in tutta Italia? Ancora più difficile, se non impossibile, è accedere in qualità di archeologo tra le fila degli scienziati impiegati nel Consiglio Nazionale delle Ricerche, mentre vanno sempre più assottigliandosi le risorse gestite dagli enti locali per i contenitori culturali sparsi nei tanti comuni del nostro Paese.

Ed allora, quello che i futuri archeologi dovranno fare, se vogliono iniziare con successo e continuare a svolgere l’attività professionale per cui hanno studiato tanti anni, è prima di tutto svincolarsi dalle Università (dove spesso, confondendo la pratica della documentazione dello scavo con quella dell’operaio specializzato, studenti e laureati vengono utilizzati quale manodopera senza costo) in cui si è frequentato il corso di laurea o di specializzazione; effettuare molta pratica di scavo ma soprattutto di come scavo ed evidenze archeologiche devono essere documentate seguendo gli standard, altissimi, dettati dall’Istituto Centrale per il Catalogo (ciò che, ad esempio, manca a molti neolaureati che stentano perfino ad orientarsi nell’interpretazione di quello che stanno svolgendo); diventare “flessibili”, cioè approfondire possibilmente le proprie conoscenze su tutti i periodi dell’antichità (dalla preistoria al medievo); attivarsi nell’individuare idee progettuali e organizzative che permettano con fondi regionali o europei ed in collaborazione con gli enti locali di muovere risorse economiche adeguandosi al mercato reale del lavoro professionale.

Per questo, l’unica, vera prospettiva per i giovani – e meno giovani – archeologi, oltre alla classica domanda di inserimento nell’elenco dei collaboratori esterni delle varie Soprintendenze (per eventuali incarichi di scavo e catalogazione), è quella di entrare a far parte di cooperative grandi e piccole composte da vari professionisti dei beni culturali che possono attivarsi su vari fronti per sviluppare attorno alla figura del loro lavoro una vera attività imprenditoriale. Occorre partecipare a progetti, gare d’appalto bandite dagli enti preposti e non, concorsi di idee: bisogna scordarsi del ruolo romantico dell’archeologo come di colui che scopre, documenta e uno scavo o un reperto archeologico. Chi vuole e vorrà continuare a far parte di questo mondo affascinante dell’archeologia dovrà sempre più occuparsi anche di altro, dall’archeologia sperimentale alla didattica per piccoli e giovani studenti, dall’organizzazione di mostre alla gestione di parchi e musei, dalle ricerche per enti pubblici o privati finalizzate alla divulgazione editoriale dei beni archeologici e culturali in genere, nell’ambito della valorizzazione oggi di moda delle testimonianze del passato.

E se è anche vero che oggi ci troviamo in una fase piuttosto favorevole per gli archeologi italiani, in quanto da alcuni anni buone prospettive di lavoro sono dovute agli incarichi piovuti – sempre grazie a progetti su fondi europei o regionali – per seguire i percorsi dei cantieri delle grandi opere infrastrutturali che stanno interessando gran parte delle regioni italiane, è anche vero che tra qualche anno queste opere saranno ultimate e con loro si concluderà per un lungo periodo anche lo sbocco professionale per centinaia di specialisti dell’archeologia.

Autore: Giampiero Galasso

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