FIRENZE: Un laser speciale (e poi l’azoto) per pulire il bronzo.

Pubblicato il : 4 Settembre 2005

II 24 giugno le “Storie di Giosuè” restaurate sono state presentate al Museo dell’Opera del Duomo di Firenze e a quel punto mancherà il restauro di una sola lastra, quella con “Le storie di Noè”, che verrà completata entro l’anno, e ancora parte della cornice di una valva della Porta del Paradiso. Il restauro si concluderà però solo nel 2008 perché i problemi della conservazione appaiono tanti e complessi. Tante quindi le difficoltà di un recupero iniziato negli anni Ottanta, delle quali parla Annamaria Giusti, direttrice della sezione bronzi dell’Opificio delle Pietre Dure. Le porte sono state dorate dopo il 2 aprile 1452, a fusione dei bronzi ultimata, e dopo il 16 giugno quando si pagano 884 fiorini per l’oro. “L’oro — dice Giusti — è stato applicato con amalgama di mercurio, non a missione, è dunque stabile, certo, ma adesso posa su uno strato di solfati (cloruro di rame) e di ossidi (sempre di rame) e questi sali sono sensibili alla umidità”. La superficie dell’oro è spesso trapassata da piccole bolle verdastre che mostrano come questo posi su uno strato instabile. Si deve dunque isolare dall’aria la lastra, evitando così anche l’inquinamento e i suoi danni, utilizzando un gas inerte, l’azoto, e chiudendo entro teche le singole lastre.

Tutto è cambiato anche per la pulitura: “Agli inizi degli anni ’80 si immergevano le lastre in sali di Rochelle che tolgono i depositi; adesso, a questa tecnica, se ne aggiunge un’altra studiata dal Cnr che ha allestito un tipo nuovo di laser, finora utilizzato sulla pietra. Si sa, infatti, che i metalli sono ottimi conduttori di calore e quindi il laser potrebbe fonderli; ebbene, sfruttando il potere riflettente dell’oro, si riesce a pulire il bronzo senza intaccarlo. Fra l’altro con il laser non si deve smontare la cornice, composta da ben 40 elementi, così i tempi della pulitura e insieme la sicurezza sono assicurati”.

Importante analizzare la tecnica di fusione dei singoli pezzi della porta: sono stati scoperti piccoli marchi e incisioni nel bronzo, si sono individuati gli strumenti usati da Ghiberti e dalla sua bottega, si è compreso il metodo di lavorazione, si stanno ricostruendo anche le tecniche della fusione e la composizione della lega che è diversa rispetto alla porta nord, pure del Ghiberti. Questa del Paradiso, dice Giusti, “è una lega morbida, con poco stagno, ma con zinco perché più malleabile e quindi in grado di agevolare la lavorazione a freddo”.

Proprio questa analisi delle tecniche permetterà un esperimento che desta grande interesse a livello internazionale, sottolinea Cristina Acidini Luchinat: in una fonderia di Firenze esiste una matrice in gesso di uno specchio della porta, ma, per ora, i fonditori sostengono che una fusione in un solo getto non è possibile. Eppure Ghiberti c’è riuscito, come prova l’analisi del rovescio di tutte le lastre della porta. Forse proprio questa altissima abilità tecnica deve aver fatto la differenza fra Ghiberti e tutti gli altri scultori sulla scena fiorentina. Credo proprio che le “Vite” di Giorgio Vasari abbiano contribuito a diminuire troppo la fama di Ghiberti architetto a scapito di Brunelleschi, e di Ghiberti scultore a scapito di Donatello.

Forse, dopo il restauro delle Porte del Paradiso, comincerà un’altra storia della Rinascita a Firenze, meno parziale e di parte.

Fonte: Corriere della Sera 04/06/05

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