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ENNA, contrada Gerace. Quelle strane ceramiche erano vasi da notte dei romani. Studio sulle incrostazioni nella villa siciliana.

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Erano difficili da inquadrare, sotto il profilo funzionale. Eppure, in quella forma, erano abbastanza diffusi, nel mondo romano. Quelle ceramiche tronco-coniche venivano ritenute contenitori per un non meglio definito stoccaggio.
Un’indagine condotta sulle incrostazioni di calcare – simili a quelle che oggi vengono rimosse grazie a prodotti dell’igiene del wc – ha evidenziato, racchiuse nella crosta, le uova di vermi parassiti intestinali in un vaso di epoca romana, trovato durante gli scavi della villa romana di Gerace, in Sicilia, nei pressi di Enna.
Il contenitore era stato recuperato nei bagni – terme private – di una villa di campagna, realizzata nel terzo secolo dopo Cristo, la cui presenza era stata rilevata dopo un fenomeno alluvionale che aveva rimosso la terra di superficie e portato alla luce uno splendido mosaico.
La forma ricorrente dei contenitori può ora condurre a un’identificazione precisa di questi materiali, scoperti a largo raggio, negli scavi archeologici relativi ad antichi insediamenti romani.
“Abbiamo individuato e documentato la presenza di parassiti intestinali – dicono gli studiosi dell’Università di Cambridge, Sophie Rabinow, Tianyi Wang, Roger JA Wilson, Piers D. Mitchell – Ciò dimostra che il vaso era usato per contenere le feci umane, come un vaso da notte”. Non è escluso che questi vasi fossero collocati all’interno di una comoda, cioè una sedia con buco centrale.
I vasi da camera sono forse una delle forme ceramiche più difficili da identificare con certezza negli studi dei materiali ceramici romani, nonostante la disponibilità di tipologie dettagliate.
“Nello studio – pubblicato in queste ore dal Journal Archaeological Science ndr – descriviamo, appunto, l’analisi delle concrezioni mineralizzate prelevate da un vaso ceramico siciliano del V secolo d.C. , e proponiamo la paleoparassitologia, l’identificazione dei parassiti intestinali, come metodo utile per contribuire all’individuazione dei vasi da notte. L’analisi al microscopio delle concrezioni mineralizzate ha rivelato la presenza di uova del nematode intestinale Trichuris trichiura (tricottero), a conferma che il vaso conteneva originariamente delle feci. Questa è la prima volta che vengono identificate uova di parassiti dalle concrezioni all’interno di un vaso di ceramica romano. L’indagine parassitologica sistematica dei depositi calcificati dai vasi di ceramica può quindi aiutare a stabilirne la funzione. Inoltre, l’identificazione delle uova di parassiti intestinali ha il potenziale per migliorare la nostra comprensione dell’igiene, della dieta e della salute intestinale delle popolazioni che hanno utilizzato questi vasi da notte”.
La villa romana di contrada Gerace – dove è stato trovato il vaso – è una villa romana situata nei pressi di Enna lungo la strada provinciale 78 al bivio Rastello-Ramata, nella tenuta Fontanazza in Sicilia. L’elaborata villa faceva parte di una ricca tenuta di 3,5 ettari, uno dei tanti latifondi storicamente segnalati, ma raramente scavati sull’isola. Si trova a circa 15 km dalla Villa Romana del Casale a Piazza Armerina. Il proprietario dell’edificio era Filippiano, il cui nome viene indicato indicato dai bolli laterizi su molte tegole rinvenute durante lo scavo.
La parte più antica della villa risale al periodo tardo romano (325-350). Probabilmente dopo il terremoto del 361 avvennero alcuni crolli e si decise di ricostruire, in loco, un villa più ampia, 9 anni dopo, nel 370, ma probabilmente i lavori non vennero completati e l’edificio venne distrutto da un incendio nel secolo successivo”.
L’edificio padronale – al piano terreno – doveva essere scomposto da una decina di sale, più i servizi. Cinque di esse si affacciavano a un giardino-cortile interno, attorniato da un colonnato – peristilio – e avevano pavimenti a mosaico.
Non lontano da qui sorgevano le terme di casa – nelle quali è stato trovato il vaso da notte – i cui muri e pavimenti erano rivestiti da marmi preziosi e mosaici raffinati. Nei locali del frigidarium è venuto alla luce una decorazione pavimentale – realizzata tra il 300 e il 400 d.C. – circondata da un testo che corre lungo i quattro lati della stanza. Una dedica di gioia e serenità.
«PHILIPPIANORVM PRAEDIA FELI[cia] CAPITOLINIS GAVDIVM PLVRA FABRICETIS MELLIORA DEDI CETIS ASCLEPIADES SENESCAS CVM TVIS»
«Possano le proprietà dei Philippiani prosperare. Gioia ai Capitolini. Che tu possa costruire di più e che tu possa realizzare cose migliori. Asclepiade, che tu possa invecchiare con la tua famiglia»
Il monogramma di Filippiano, utilizzato sulle tegole, è ripetuto anche nel mosaico. Asclepiade potrebbe essere stato suo figlio. Da questa dedica augurale possiamo ipotizzare che la villa fosse stata data in dono dal padre al figlio.
Proprio nei giorni scorsi, la presidenza della Regione Sicilia ha dato il via libera allo stanziamento di 720 mila euro per finanziare il progetto generale ed esecutivo del primo stralcio dei lavori di scavi sistematici, che saranno eseguiti sotto la direzione della soprintendenza dei Beni culturali di Enna. «Con un precedente intervento – afferma il presidente Musumeci – avevamo riavviato, dopo 10 anni di inattività, la campagna di ricerca, scavo e messa in sicurezza, consentendo una maggiore fruizione a turisti e studiosi. Con questo ulteriore finanziamento puntiamo adesso a fare emergere altra superficie di mosaici e a valorizzare l’area, importante testimonianza che andrà ad arricchire il vasto patrimonio archeologico siciliano sul quale puntiamo in termini di tutela e rilancio».

Fonte: www.stilearte.it, 11 feb 2022

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