Elena PETTENO’, Federica RINALDI, Memorie dal passato di Iulia Concordia. Un percorso attraverso …

Pubblicato il : 1 Gennaio 2012
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Da sempre frammenti del passato sono stati prelevati dai contesti d’origine per essere riusati o reimpiegati, non solo a Concordia o a Portogruaro, ma in tutto il mondo che affonda le proprie radici nell’antichità classica. Le nostre due città, unite e generate dal fiume Lemene, sono legate anche dalla memoria dell’antico, che attraversa la storia di Concordia e costituisce il punto di partenza di quella di Portogruaro.
L’opera
Questi argomenti sono approfonditi nel volume “Memorie dal passato di Iulia Concordia. Un percorso attraverso le forme del riuso e del reimpiego dell’antico“: il più recente studio di Elena Pettenò e Federica Rinaldi, pubblicato dalla Fondazione “Antonio Colluto” di Portogruaro, diciottesima opera della serie “L’album”. Le autrici ricoprono il ruolo di funzionario presso la Soprintendenza per i Beni Archeologici del Veneto, e si sono succedute nella direzione del Museo Nazionale Concordiese di Portogruaro e delle Aree Archeologiche di Concordia Sagittaria: la prima dal 2002 al 2010, mentre la seconda ricopre l’incarico tuttora, dall’inizio del 2011. Il lavoro è una rilettura, alla luce delle interpretazioni più recenti, del copioso materiale archeologico riutilizzato che giunge dal passato di Iulia Concordia. Vi sono catalogati in tutto134 reperti. Le autrici hanno “scavato” nella ricca documentazione d’archivio del Museo Nazionale Concordiese recuperando per i manufatti antichi sia l’itinerario materiale che il mantenimento od il mutamento di significato.   
Riuso o reimpiego
I termini nella lingua corrente sono considerati sinonimi, derivati dai verbi usare ed impiegare, indicanti concetti molto simili. Per i reperti archeologici, invece, le autrici sentono l’esigenza di proporre una distinzione: il termine riuso viene riferito alla funzione esclusivamente materiale di un reperto (ad esempio quale elemento di una costruzione in edilizia o per un riempimento), mentre la parola reimpiego viene attribuita ad un manufatto antico, che resta visibile e percepibile con una connotazione riferita all’antico, per la forma o per la funzione.
Il percorso
Il passato di Iulia Concordia viene riscoperto con un itinerario che inizia dalla necropoli di levante (il Sepolcreto delle Milizie di sinistra Lemene) prima usato per le sepolture pagane e poi riusato dai primi cristiani; vengono poi gli edifici dell’area nord-orientale (le Terme), l’area paleocristiana della Basilica Apostolorum e della Trichora, fino alla sala Celso Costantini, sul retro della Cattedrale. Si giunge poi a Portogruaro prendendo in considerazione sia reperti custoditi in Museo che elementi presenti in città. Il caso più emblematico di reimpiego è quello della scultura trecentesca in pietra della Madonna in trono che si trova nell’atrio del Museo: proviene dalla demolita chiesa di San Francesco, era stata ricavata da una delle quattro sezioni della base onoraria concordiese di Marcus Acutius Noetus, risalente al secondo secolo dopo Cristo. Le pietre furono tutte riutilizzate a Portogruaro nel Medioevo, ai tempi della costruzione dell’antico convento francescano. Le quattro parti sono state tutte recuperate nel XIX° secolo e ricomposte verso il 1950 a ricostituire nuovamente la base onoraria, sezionata sette secoli prima. Altri elementi antichi provenienti dal Iulia Concordia sono stati reimpiegati in alcuni palazzi cittadini risalenti al Rinascimento, mentre nel primo Ottocento parecchie pietre provenienti da Concordia furono riusate nell’antico Seminario, ora Collegio Marconi, per la realizzazione delle fondamenta della facciata, lato fiume Lemene.
Un museo “restituito”
Questa formula è stata coniata da Elena Pettenò nel capitolo dedicato a Celso Costantini, parroco di Concordia (1901-1915). Sono state approfondite le testimonianze del suo diario “Foglie Secche”. Il futuro cardinale nutrì grande interesse per l’archeologia e l’arte, promuovendo una rivista, realizzando diverse sculture ed edificando una singolare sala come “studiolo di scultura”, che ornò esternamente con frammenti antichi reimpiegati, datati dal primo al nono secolo dopo Cristo.

Autore: Antonio Martin

Fonte: Il Popolo on line, Pordenone, 01/01/2012

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