Dr. Luca BASILE: Alcune considerazioni sulle tematiche del rilievo greco nel V sec. a. C.

Pubblicato il : 31 Gennaio 2007

La vittoria greca sui Persiani nelle due guerre nel primo ventennio del V secolo a. C. contribuì a creare una nuova sensibilità artistica che sfociò nelle creazioni del cosiddetto periodo classico.
La scultura, in particolare, si liberò della rigidità formale arcaica di kouroi e korai per sbocciare nelle forme mosse e variegate che si possono osservare nella plastica a tutto tondo e, nel caso specifico, nei rilievi.
In tale contesto di studio è utile fare alcune brevi osservazioni preliminari. Innanzitutto ritengo utile fare un primo paragone distintivo tra i rilievi pre e post invasione dell’Attica da parte  dell’esercito persiano. I primi, come si evincerà facilmente da quanto riportato in seguito, ricalcano e seguono dettami stilistici che si possono ricollegare alla tradizione scultorea arcaica della seconda metà del VI sec. a. C. . I secondi, viceversa, sono permeati da un tipo di sensibilità artistica del tutto nuova. L’apparente aporia si spiega con le distruzioni perpetuate specialmente sull’acropoli ateniese da parte dei Persiani. Le vecchie stele, di carattere e tipologia arcaica, vennero distrutte, asportate, o finirono per essere ricoperte dai detriti accumulati e poi spianati dagli ateniesi al ritorno nella loro polis. In pratica, a seguito di questi avvenimenti, non fu più possibile avere modelli diretti ai quali rifarsi, ed intanto la sensibilità artistica andava mutandosi a causa delle suggestioni del nascente stile artistico “Severo”.
Intorno il 480 è databile la stele “Borgia”, conservata all’archeologico napoletano, che riporta la scena figurata di un cacciatore che offre un prelibato boccone al suo fido segugio. L’opera, forse rinvenuta a Sardi, pone la figura del cacciatore in un angusto spazio delimitato al di sopra da una palmetta decorativa (vero  e proprio pezzo di bravura). La composizione figurativa risente ancora di forti accenti arcaistici ed è pertanto da assegnare almeno al decennio precedente.
Al 460 circa è invece da porre la stele di Nisyros, raffigurante un giovane atleta(?) con il corpo posto di profilo, la gamba sinistra avanzata, e una lancia nella mano sinistra, reminiscenza arcaistica già notata nella famosa stele di Aristokles ( per il defunto Aristion datata al 520 – 510 ca.). In questo particolare caso la stele riecheggia il modello comunemente riproposto sul finire del periodo arcaico come si potrà agevolmente notare osservando tra l’altro la stele degli Alcmeonidi. Esiste, in effetti, un evidente legame tra le produzioni datate durante e subito dopo le due guerre persiane e quelle precedenti create, nel caso della stele di Aristokles, sotto l’influsso della tirannide pisistratea. La comune cifra distintiva è data dal bassissimo rilievo adoperato come tecnica scultorea, e dal soggetto del guerriero/atleta posto di profilo con la gamba sinistra avanzata.
Per il periodo compreso tra l’abbandono dei Persiani del territorio attico e l’ultimo quarto del V sec. a. C. abbiamo pochissime attestazioni della tecnica del rilievo. In effetti, leggi suntuarie del cinquantennio 480 – 430 ( riproposte nel 327 o 317 da Demetrio Falereio), proibivano l’innalzamento di questi costosi segnacoli funerari, determinando una pressoché totale assenza di materiali. Fanno eccezione i grandi rilievi templari eseguiti nel Peloponneso e in Attica.
Intorno il 460, ad Olimpia, viene edificato il tempio di Zeus (Libon ne fu l’architetto) nel santuario panellenico. La ricca decorazione scultorea, eseguita sotto la direzione da un ignoto artista che convenzionalmente viene denominato “Maestro di Olimpia”, fu diretta precursore del maturo stile classico espresso poi nelle officine partenoniche. Per quanto attiene al nostro discorso, si esaminerà di seguito la decorazione metopale della cella interna al naos del celeberrimo tempio.
Le metope eseguite sono dodici, poste sei a sei lungo i lati brevi della cella, il soggetto, famosissimo, prevede la narrazione delle dodici fatiche di Eracle, eroe nazionale della regione.
Conservate ed accuratamente studiate, le più note riportano Eracle in lotta con il toro cretese, Eracle con il titano Atlante ed Atena (finalmente visibile e non più celata sotto mentite spoglie come era uso  nell’epos omerico), Atena seduta su una roccia che attende l’eroe con in mano gli uccelli dello Stinfale.
Il rilievo scultoreo presenta masse compatte e muscolose con vibranti scene di lotta nella metopa del toro cretese dove i corpi dei due combattenti si incrociano e scontrano in una perfetta doppia diagonale, o seguendo lo schema “trilitico” nell’episodio della consegna dei pomi d’oro. Una nuova arte pervade il Maestro di Olimpia (che certo non può appartenere ne ad Alkmenes ne a Paionios) che muta la materia ed i canoni per portare l’esperienza artistica greca direttamente nelle mani capaci ed innovatrici del sommo Fidia.
Proprio l’episkopos del Partenone provvide con i rilievi metopali della peristasi esterna e con il fregio della cella a condizionare ed indirizzare l’arte della fine del V secolo.
Mirabile la composizione del fregio della cella con il soggetto della processione annuale dei cittadini (gli azionisti della società polis del recente contributo di C. Ampolo) che recano il peplo per l’anathema (secondo la definizione di E. la Rocca) di Atena Parthenos. Ancora più interessante e pregna di importanza la cavalcata degli efebi ateniesi con gli equini che si impennano e galoppano stretti in muscoli tesi e vene rigonfie di sangue per lo sforzo. I cavalieri, seme e frutto della gioventù aristocratica cittadina, sono raffigurati nudi con corteo mantello legato al collo, muscoli delle arcate epigastriche che si torcono assecondando l’impeto della solenne cavalcata e capelli mossi dal turbinio del vento.
Questa tipologia strutturale e figurativa farà scuola nell’arte greca. La si ritroverà nella stele più o meno contemporanea dei caduti all’Agaleos e all’inizio del IV secolo nella stele del cavaliere Dexileos con il motivo, divenuto oramai canonico, del cavaliere che abbatte il nemico vinto (tema che sarà ancora sfruttato dall’arte romana quasi 800 anni dopo! come si può osservare nell’iconografia adoperata nella monetazione dei figli di Costantino il Grande).
Nel campo privato si assiste ad uno sviluppo delle stele che prevede schemi scultorei composti da uno, due, massimo tre componenti. Introno al 430 si pone la stele da Salamina, conservata al Museo del Pireo, dei due opliti Chareidemos e Lykeas. I due giovani combattenti ateniesi nella trentennale guerra del Peloponneso, sono rappresentati incedenti verso lo spettatore. La figura di destra è nuda con un piccolo akontion portato dalla mano sinistra, all’avambraccio è saldamente attaccato un grosso aspis. La figura risente con tutta evidenza del canone e della ponderazione di Policleto, che intorno al decennio 430 – 420, creava il molle efebo/atleta detto Diadumeno.
Verso il 440 è databile invece un’altra interessante stele proveniente da Salamina. In essa non sono raffigurati i giovani opliti in lotta per la libertà della polis, ma un uomo che con la mano protegge un tenero uccellino insidiato da un gatto. La scena mostra pathos e tristezza per la prematura morte dell’uomo, sulla destra, scolpito con proporzioni invero minori, fa la comparsa un adolescente fanciullo con il volto trito dal dispiacere per l’evento luttuoso, sul suo viso imberbe è visibile il più profondo dei dolori.
Tale composizione, con il particolare del servetto affranto, è antesignana di quelle di IV secolo in Grecia e Magna Grecia, e reca la sua influenza sino in Etruria dove, tra le scene dipinte della famosa tomba François, fa capolino, accovacciato vicino a Vel Saties, padrone e principale committente del monumento funerario.

 


 


Autore: Dr. Luca Basile
Cronologia: Arch. Greca

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