Archivi

PARIGI. Chauvet, grotta da duplicare con 45 milioni di euro pubblici.

Vale la pena «clonare» un leone preistorico? Si possono spendere 45 milioni di euro pubblici per «duplicare» una grotta di 500 metri di lunghezza con 420 animali dipinti alle pareti, il tutto a pochi chilometri di distanza dall’ originale?

In Francia dicono di sì. Nessuno ha mosso obiezioni (il grosso della spesa sarà a carico dello Stato, 10 milioni verranno dai progetti regionali, 8 milioni dall’ Unione Europea).

Perché quella di Chauvet non è una caverna qualsiasi, ma il più straordinario paradiso preistorico al mondo, con un bestiario estinto che non ha eguali: cavalli, orsi, mammuth, leoni, pantere, disegnate a carboncino e con l’ ocra su ampie pareti.

Un tesoro ritrovato appena 15 anni fa, che gli studiosi hanno appena cominciato delicatamente a decifrare. Non c’ è posto per le visite guidate, le comitive con zainetto e infradito. Chiudere le grotte al pubblico prima ancora di aprirle.

Un comitato locale ha cominciato a lavorarci nel 2007. La soluzione? Ricreare le grotte altrove. Sulla carta il progetto (i lavori cominceranno alla fine del 2010 e dovrebbero durare due anni) non si prefigge di aprire una Disneyland del paleolitico.

Ma di salvare capra e cavoli: la salvaguardia di un «monumento dell’ umanità» protetto dall’ Unesco e al tempo stesso non deludere le esigenze (e gli affari) che ruotano intorno al turismo di massa. Quando «il vero» è troppo delicato, ci si può accontentare del surrogato? Se è fatto bene sì, dicono i francesi.

Nel 2013 si aspettano l’ afflusso di 350 mila visitatori all’ anno. Il doppione nascerà su 7 ettari (con servizi, spazio pedagogico e immancabile ristorante). L’ arte rupestre pone straordinari problemi di conservazione. Non basta metterci un vetro antiproiettile.

I tesori sotterranei di Chauvet sono più fragili della Gioconda. Un paradiso proibito al pubblico, dove gli studiosi indossano un abbigliamento particolare per ridurre al minimo le «infezioni» del mondo esterno. Il primo nemico, è molto semplice, siamo noi, il nostro fiato, noi turisti low-cost lontanissimi eredi degli artisti di Cro-Magnon che abitavano quelle caverne decine di migliaia di anni fa condividendole con orsi alti oltre tre metri (ma vegetariani) in un regime di comproprietà: d’ inverno ci stavano gli animali in semi-letargo, nella bella stagione i nostri antenati. Il fiato dei visitatori rovinerebbe i disegni che ricoprono la cavità con un mirabile bestiario: non soltanto i «soliti» mammuth ma animali poco europei come rinoceronti, leoni, pantere tracciate a carboncino o con ocra.

Le esperienze del passato insegnano: le grotte di Lescaux, scoperte da quattro ragazzini che nel 1940 ci finirono dentro gironzolando per le colline di Montignac, negli anni Cinquanta furono compromesse dal biossido di carbonio portato da un flusso di 1.200 visitatori al giorno. Nel 1963 l’ allora ministro della Cultura André Malraux, decise di chiuderle al pubblico e di riportarle all’ antico splendore.

I turisti? Si accontentano di un facsimile a Montignac. A Chauvet il “doppione” dovrebbe essere fatto molto meglio. Tra le gole del fiume Ardéche, nell’ omonimo distretto della regione del Rodano-Alpi, tre speleologi dilettanti un giorno d’ inverno di 15 anni fa seguendo uno strano «spiffero» d’ aria che risaliva da una cavità nella roccia scoprirono un paradiso sotterraneo che non ha eguali.

Le più belle pitture rupestri del paleolitico risalenti a 32 mila anni fa. Un budget di quasi 50 milioni di euro: tra le 65 candidature internazionali l’ hanno spuntata gli architetti dell’ agenzia Fabre&Speller, che ha già aperto diversi «cantieri culturali»: dal Centro Mondiale della Pace di Verdun al Teatro Mariinsky di San Pietroburgo. Una gara d’ appalto affiderà a un’ impresa privata la gestione e la promozione di questa «Chauvet bis».


Fonte: Corriere della Sera 30/08/2009
Autore: Farina Michele
Cronologia: Preistoria
Link: http://www.culture.gouv.fr/culture/arcnat/chauvet/en/

Segnala la tua notizia