CITTA’ DEL VATICANO. Winkelmann, 50 capolavori diffusi nei Musei Vaticani.

Pubblicato il : 16 Novembre 2018

Molte in questi due anni le iniziative per celebrare l’anniversario della nascita e della tragica morte di Johann Joachim Winkelmann (1717 – 1768) considerato a ragione il fondatore dell’archeologia intesa in senso moderno. Dopo la grande mostra della scorsa primavera dei Musei Capitolini cha attraverso la sua opera passavano in rassegna gli anni cruciali che hanno condotto nel dicembre del 1733 all’istituzione del Museo Capitolino, destinato alla conservazione e alla promozione della “magnificenza e splendor di Roma”, il primo museo pubblico d’Europa nel secolo dei lumi, ora è la volta dei Musei Vaticani che mettono in evidenza il ruolo cardine che le collezioni vaticane hanno costituito per gli studi, per le teorie e gli scritti del celebre studioso. Ma anche di converso per il profilo degli stessi Musei Vaticani. Che sono quello che sono oggi grazie alle sue intuizioni.
Curata da Guido Cornini e Claudia Valeri, allestimento dell’architetto Roberto Pulitani, grafica di Alessandra Murri, audioviso di Renato Cerisola, la mostra aperta fino al 9 marzo 2019, è accompagnata da un accurato e agevole catalogo Edizioni Musei Vaticani con contributi di Barbara Jatta, Annavaleria Caffo, Alessandra Rodolfo, Mario Cappozzo, Maurizio Sannibale, Eleonora Ferrazza, Giandomenico Spinola, Claudia Lega e Adele Breda.

Apollo del Belvedere particolare Inv 1015

Più che una mostra quella dei Vaticani potrebbe essere definita “esposizione “ perché le opere, una cinquantina, non sono prestiti, né hanno subito spostamenti, sono quelle che si trovano già lungo le sale dei musei del papa. Sono 50 capolavori per 21 postazioni e una serie di focus particolari riletti attraverso le geniali intuizioni di Winkelmnn. E immediatamente visibili perché contrassegnati da un pannello illustrativo del colore del mare, la metafora preferita dallo studioso tedesco che con questo colore alludeva alla perfezione scultorea dei nudi greci e romani e una grafica particolare che gioca sulle iniziali del cognome e sugli anni, 250 dalla morte. Accanto a ogni opera un breve supporto didascalico, ma non troppo, che riporta estratti degli scritti di Winkelmann, illustrazioni e commenti. Ma per lui, prima di tutto veniva l’osservazione diretta del manufatto e l’attenta lettura delle fonti letterarie. Queste le basi su cui si sviluppano le fondamenta teoriche dell’archeologia moderna. L’allestimento originale e sobrio costituisce, dunque, una specie di richiamo per il visitatore, di invito a fermarsi, a guardare con attenzione l’opera d’arte, a leggere la sua storia, a scoprire i suoi segreti. Una scelta di metodo e di stile che non sottopone le sculture a inutili e pericolosi spostamenti, ma anche obbligata vista la vastità degli interessi di Winkelmann che si occupò dei più diversi temi, dalla scultura antica, egizia, greca e romana, alle opere d’arte rinascimentale e barocca. Il percorso si snoda dunque trasversalmente lungo tutti i settori del museo con un’ovvia preponderanza delle sculture che sono le opere che ha studiato di più.

Statua egittizzante di Antinoo rappresentato come Osiride; marmo; ca. 130 d.C.; rinvenuta nel 1739 a Tivoli, Villa Adriana, presso il Pecile; Museo Gregoriano Egizio, Sala III; Inv. 22795

Una visita sulle orme di Winkelmann ai Musei Vaticani che non vide mai così come sono concepiti oggi, anche se molte delle opere che egli studia nelle collezioni nobiliari, a cui dedica la sua attenzione, sono entrate a far parte dei Vaticani. I suoi interessi si volgono anche all’arte moderna ma secondo un concetto di vera bellezza, armoniosa e immortale, che trae ispirazione dall’antico. E per questo predilige Raffaello, il”divin pittore”. Come si legge nei ”Pensieri sull’imitazione” la “nobile semplicità e la quieta grandezza delle statue greche […] sono anche le qualità che fanno l’eccellente grandezza di Raffaello alla quale arrivò grazie all’imitazione degli antichi”.
Nella Sala numero XVII della Pinacoteca, per entrare con cognizione di causa nel suo mondo, per comprendere meglio l’atmosfera e il clima culturale che caratterizzano Roma alla metà del Settecento, i suoi rapporti con gli artisti presenti in città, Batoni, Mengs, con gli antiquari e i restauratori come Bartolomeo Cavaceppi, è possibile seguire un filmato e ammirare alcuni dei suoi preziosi volumi, scritti in italiano e tedesco, prestati dalla Biblioteca Apostolica Vaticana, “Geshichte der Kunst des Alterhums” e ”Monumenti Antichi Inediti”. Testi che dettano le coordinate del carattere rivoluzionario dei suoi studi che vennero compresi già dai contemporanei come Goethe e continuati in modo diverso dai successori come Ennio Quirino Visconti. Per la prima volta in mostra un documento datato 31 luglio 1764 in cui si fa menzione di una somma di denaro da versare “al Signor Gio. Winkelmann Scrittore di lingua tedesca”.
Figlio di un ciabattino, nato in un luogo sperduto della Marca di Brandeburgo, dalla capacità prodigiose, riesce a procurarsi l’attenzione di generosi protettori che gli consentono di seguire studi superiori e di affermarsi presto come un intellettuale. A Roma arriva da Dresda nel 1755 con l’intenzione di rimanervi un paio d’anni, con qualche spostamento al Sud, a Pompei a Ercolano che erano stati appena scoperti, in Sicilia, come era costume per gli intellettuali e gli artisti dell’epoca. A Roma ha uno stipendio elargito dal confessore del re di Polonia per offrire qualche omaggio “greco” al suo principe. L’impatto con l’urbe è folgorante e vi rimarrà fino alla morte. Vorrei rimanere qui per sempre”, scrive. E ancora “Tutto è nulla al paragone di Roma”.
Dapprima abita alla locanda di Palazzo Zuccari, dove era anche Mengs, poi come segretario del cardinale Passionei è bibliotecario al Palazzo della Cancelleria, quindi negli anni Sessanta incontra il cardinale Albani, con cui aveva avuto scambi epistolari. Un incontro d’intelligenze, una affinità elettiva che gli consente di dedicarsi interamente alla sua passione per l’antico. E diventa il riferimento per studiosi e intellettuali e per gli stranieri di passaggio a Roma che desiderano conoscere le meraviglie dell’antichità.
Ammaliato da Roma, è colpito dalla quantità di rovine sparse in ville, palazzo nobiliari, giardini, un immenso patrimonio, molto inedito, poco capito e male interpretato. Winkelmann ha una marcia in più, legge il greco antico, identifica i soggetti della mitologia e frequenta la Biblioteca Vaticana con cui all’inizio ha rapporti problematici. E allora lascia i codici greci e si sposta al Belvedere dove è esposta la collezione privata dei pontefici. E per vedere e rivedere le opere dà molti oboli e si lamenta. Sappiamo molto di lui dall’epistolario e dagli scritti, era un grafomane. E proprio salendo al Belvedere ha l’idea di scrivere una storia dell’arte dell’antichità. Dapprima si tratta di descrizioni mirate delle singole opere, ma poi passa al contesto, sistematizza. La morte lo raggiunge a 51 anni. Conosce a Trieste il pregiudicato Francesco Arcangeli che con l’intento di derubarlo lo uccide all’apice della gloria, di ritorno da un viaggio in patria pieno di soddisfazioni.
“I Vaticani gli sono debitori. L’ombra di Winkelmann aleggia sui Musei Vaticani anche dopo la sua morte”, afferma Claudia Valeri. Anzitutto il museo Pio Clementino che vedrà la luce nel 1771 con papa Clemente XIV Ganganelli solo tre anni dopo la sua scomparsa, il secondo museo pubblico di Roma dopo quello Capitolino. Le nuove fabbriche sono pensate con l’idea delle sculture che vi andranno. La sua ascesa prosegue a fianco del cardinale Albani divenuto Bibliotecario di Santa Romana Chiesa che gli spalanca le porte della Vaticana e con i papi che seguono. Sotto Clemente XIII Rezzonico nel 1763 viene nominato Prefetto delle antichità di Roma.
“Mi si deve mostrare tutto ciò che viene alla luce, niente mi rimane celato”, scrive. Il primo atto come commissario è l’acquisto dei candelabri per i quali blocca l’esportazione. Erano dei Barberini, che volevano venderli, ma Winkelmann lo impedisce. Rinvenuti nel 1630 a Tivoli nell’area di Villa Adriana, donati al cardinale Francesco Barberini, restaurati da Bartolomeo Cavaceppi, li fa acquistare per il Museo della Libreria Vaticana. Oggi si trovano nella Galleria delle Statue.
E il percorso tematico in omaggio al grande studioso voluto dai Musei Vaticani guidati da Barbara Jatta, un’esposizione “diffusa” fra le tante raccolte di antichità, potrebbe andare da un capolavoro all’altro dei Musei. A cominciare dal Cortile delle Statue del Belvedere primo nucleo collezionistico dei futuri musei e dall’opera cardine, il “Laocoonte”, dalla “nobile semplicità e quieta grandezza” , secondo le parole di Winkelmann, ritrovato nel 1506 nella vigna di Felice de Fredis alle Sette Sale, la grandiosa cisterna delle Terme di Traiano. E continuare col “Torso del Belvedere” che entra in Vaticano probabilmente nel Cinquecento durante il pontificato di Clemente VII, che lo studioso tanto ammira e per il quale utilizza la celebre metafora del mare. E passare all’”Arianna addormentata”, studiata da Winkelmann ma soprattutto da Ennio Quirino Visconti, già collezione Maffei, acquistata nel 1512 da Giulio II Della Rovere per completare il programma decorativo del Cortile delle Statue, poi all’”Apollo del Belvedere” che nel pensiero di Winkelmann occupa il punto più alto dell’arte, quello che più si avvicina al bello ideale, modello per gli artisti di ogni epoca. Trovato a Roma nel 1489 in scavi nella vigna delle monache di S. Lorenzo in Panisperna, già in collezione del cardinale Giuliano Della Rovere, entra in Vaticano nel 1508.

Info:
Musei Vaticani, Viale Vaticano, Roma.
Orario: dal lunedì al sabato ore 9.oo-18.oo.
Fino al 19 marzo 2019.
www.museivaticani.va

Autore: Laura Gigliotti

Fonte: www.qaeditoria.it, 16 nov 2018

Print Friendly, PDF & Email
Partners